Un altro volto della “crisi”

UN TENTATIVO DI GUARDARE OLTRE…

Stiamo attraversando un momento critico da più punti di vista. Nel senso comune, il termine “crisi” è solitamente letto con connotazione negativa, ma vorrei fare una riflessione che si discosta da tale valutazione negativa del termine.

“Crisi” deriva dal verbo greco “krino”. La lingua greca è caratterizzata da un numero limitato di termini, motivo per cui ciascuno di essi può avere più significati a seconda del contesto in cui è collocato.

Tra i vari significati del verbo “krino”, c’è quello che deriva dal tipico contesto dell’agricoltura. In tale ambito, il verbo era utilizzato per descrivere ciò che accade nella trebbiatura, ovvero la separazione tra il chicco di frumento e la pula, che è la copertura del chicco usata poi come foraggio per gli animali. Da questa pratica, deriva il significato di “separare”, da cui poi il termine “crisi” ha assunto altri significati tra cui “scelta”, “capacità di giudizio”, “discernimento”.

Se lo leggiamo in tale accezione, il termine “crisi” ci rimanda ad una situazione in cui siamo chiamati a scegliere, a separare l’essenziale da ciò che può essere messo da parte, ad esercitare la nostra capacità di giudizio, a discernere più in profondità ciò che ci riguarda, andando oltre uno sguardo superficiale.

Nel fare una cernita tra ciò che è essenziale, più importante e cosa lo è meno, entrano in scena i nostri bisogni più o meno centrali e quindi tutti gli aspetti emotivi ad essi collegati. Se poniamo lo sguardo sulle circostanze attuali, nel mettere in secondo piano alcune attività quotidiane, può essere rassicurante pensare che ci sono scelte che non hanno termini in senso temporale, ma anche scelte che possono essere limitate nel tempo. In questo caso, si tratta di sospendere, di mettere tra parentesi per un tempo limitato qualcosa. Ciò non vuol dire che nel frattempo non si possa trovare un modo alternativo per soddisfare i propri bisogni.

Inoltre, se pensiamo ai nostri bisogni connessi al nostro stile di vita, che ad oggi deve essere modificato per qualcosa che non abbiamo scelto, per una situazione di emergenza, proviamo a riflettere su quanto siamo più o meno trainati da quel principio del piacere di fronte al quale rischiamo di perdere la cognizione di ciò che è davvero utile e ciò che è buono per noi e gli altri.

Possiamo usare questo tempo per sperimentare la nostra abilità a rispondere ad una situazione da fronteggiare, facendo qualcosa di diverso dalla solita routine, che forse – in ultima analisi – è tanto varia solo apparentemente se andiamo più a fondo.

… buona “scelta” a tutti!

Covid-19… riflessioni

ALCUNE RIFLESSIONI SU QUANTO STIAMO OSSERVANDO…

 

In questi giorni stiamo assistendo ad una situazione di emergenza diffusa, rispetto alla quale si notano differenti modi di reagire da parte delle persone. Si respira un clima intriso di emozioni di paura, rabbia, preoccupazione, tristezza, speranza, associate talvolta a comportamenti apparentemente immotivati, privi di significato e con l’accento posto sulla propria individualità.

Risposte differenti sul piano comportamentale sono strettamente legate al modo di percepire, esperire e valutare ciò che ci circonda.

Di fronte alla diffusione dell’epidemia legata al Covid-19, emozioni abbastanza comuni sono la paura e l’ansia. Ciò che è nuovo può spaventare perché è qualcosa di scarsamente conosciuto e poco controllabile.

La percezione di vulnerabilità di fronte a un potenziale pericolo può avere come esito l’esagerazione della portata delle informazioni in circolazione, ponendo l’accento quasi esclusivamente sul versante del rischio associato alla contaminazione e alle conseguenze di questa. Di contro, si nota uno sbilanciamento in negativo rispetto alla percezione delle proprie capacità di fronteggiamento di tale situazione, ovvero si fatica a far luce sulle proprie capacità di far fronte ad un evento stressante oppure le stesse capacità vengono minimizzate.

Le sensazioni di pericolo e di perdita di controllo sfociano nei vari comportamenti a cui stiamo assistendo, alcuni dei quali rischiano di essere disfunzionali perché estremi e ingiustificati sul piano di realtà.

 

Vediamo insieme quali sono alcuni dei comportamenti più comuni osservati associati alla paura e all’ansia.

L’evitamento delle circostanze temute è una delle modalità di fronteggiare il pericolo percepito, osservabile nella eccessiva chiusura al mondo circostante. Tale comportamento, apparentemente è protettivo, ma va a rinforzare l’idea e la percezione di vulnerabilità, perdendo di vista alcune cose possono essere fatte seguendo le dovute indicazioni.

Altro comportamento è la fuga. In questo caso specifico abbiamo osservato quasi un esodo dalle zone più colpite dal virus verso altri posti ritenuti “più sicuri”. Anche la fuga va a rinforzare il pensiero che non si è in grado di reggere di fronte alla percezione del pericolo. In questo caso specifico,inoltre, sembra di trovarci di fronte a valutazioni del tutto arbitrarie e superficiali, relativamente al concetto di sicurezza.

Poi c’è chi continua a “vivere come se nulla fosse”, mettendo così in atto comportamenti contrari a quanto viene consigliato dalle Autorità competenti, quasi con atteggiamenti di sfida. Si tratta di comportamenti che in apparenza vengono visti come sinonimo di forza da chi li mette in atto, ma di fatto sono modalità controfobiche di reagire a tale evento, che hanno alla base la negazione di un rischio reale e di ciò che è temuto, quindi si originano dalla stessa radice dei precedenti comportamenti elencati.

Comportamenti controfobici su un piano superficiale possono essere considerati utili per andare avanti, ma alla lunga rischiano di ritorcersi contro chi li mette in atto e non solo.

Se torniamo alle emozioni di questi giorni, un’altra abbastanza diffusa è la rabbia nei confronti di chi non ha rispettato e non rispetta le varie norme emanate a livello statale e locale, rabbia che ha a che fare con la percezione di un presunto danno subìto a causa di tali comportamenti altrui e con la frustrazione legata all’aspettativa disattesa di un comportamento responsabile e rispettoso del bene comune, sempre da parte degli altri.

In una simile situazione, ciò che ci viene richiesto per ristabilire un nuovo equilibrio è un adattamento diverso rispetto alle solite abitudini. Ciò comporta certamente il mancato soddisfacimento di alcuni nostri bisogni nell’immediato.

D’altro canto ci troviamo di fronte all’opportunità di riflettere sulle nostre priorità e di comprendere che, in alcuni casi, la “ricerca del piacere” individuale e immediato può essere differita a favore di necessità diverse, che richiedono l’adozione di comportamenti i cui esiti saranno visibili più a lungo termine e sono rivolti anche alla collettività.

Per raggiungere un nuovo equilibrio, è richiesta un’adesione a norme stabilite dalle Autorità con finalità preventive, questione che ci offre un importante spunto di riflessione su quale sia il nostro rapporto con le “regole” e con l’autorità stessa in generale, nonché su cosa si sta insegnando alle nuove generazioni in merito.

 

Cosa possiamo fare nella vita di tutti i giorni per vivere al meglio questo periodo?

È importante seguire tutte le precauzioni raccomandate dall’Istituto Superiore di Sanità e informarsi da fonti autorevoli, riducendo la ricerca continua di notizie da qualsiasi fonte. In questo modo evitiamo di sentirci confusi e di confondere gli altri con la diffusione di notizie contrastanti.

Avendo più tempo a disposizione, è possibile dedicarlo a svolgere tutte quelle attività piacevoli, che altrimenti non sarebbero state neanche prese in considerazione.

È bene evitare luoghi affollati e chiusi, occasione per fare passeggiate e attività fisica all’aperto, sempre nel rispetto delle precauzioni adeguate.

Condividere il proprio stato d’animo può essere utile per sentirsi meno soli nella gestione di emozioni che in situazioni di stress e di emergenza risultano essere abbastanza comuni. Riconoscere e comunicare le proprie emozioni è il primo passo per costruire uno spazio di riflessione utile, in seguito, anche a mettere in atto comportamenti funzionali e adeguati alla situazione.

 

Ciascuno di noi, nel suo piccolo, può fare
qualcosa di positivo per la collettività.
Questo è il momento di farlo!

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Kintsugi

L’arte di rendere preziose le cicatrici

Il kintsugi è una tecnica usata dai giapponesi per riparare gli oggetti rotti con oro o altri materiali preziosi. Una volta ricomposto, l’oggetto riprende la sua forma originaria e in più risulta abbellito da venature preziose e brillanti che lo rendono unico e particolare.

L’arte di riparare e impreziosire gli oggetti rotti può diventare un importante spunto di riflessione da riferire al proprio vissuto personale. Nel corso dell’esistenza talvolta ci si imbatte in esperienze difficili, traumatiche, di sofferenza, che diventano veri e propri eventi di frattura nella vita psichica della persona. Spesso nel fronteggiare simili situazioni, possono essere sperimentati un senso di fragilità, di vulnerabilità, impotenza, inutilità. Ci si sente a pezzi proprio come un vaso rotto e le ferite interiori che derivano dalla sofferenza sono come le crepe di quel vaso danneggiato.

L’arte di riparare oggetti danneggiati richiede pazienza, tempo, dedizione e precisione, ma il risultato finale consiste in un prodotto che vale di più del precedente in quanto più luminoso e prezioso. I momenti di crisi possono essere visti come opportunità di crescita, di maturazione e di arricchimento personale. Ogni cicatrice può assumere un senso e un valore importante, può diventare preziosa per la persona, se viene integrata in maniera coerente nel proprio vissuto.

In quest’ottica, la sofferenza può essere vista non come qualcosa da evitare e di cui vergognarsi, ma come qualcosa che rende ancora più preziosa la propria vita. Se si pensa a momenti difficili, che sono stati superati nonostante tutto, ci si rende conto che anche la fragilità può diventare un punto di forza e di svolta, se vissuta come opportunità di crescita e maturazione.

L’artigiano raccoglie i pezzi rotti, li ripulisce, li riassembla seguendo il disegno del vaso e li incolla utilizzando un materiale prezioso. L’oggetto riparato ha qualcosa in più rispetto a prima, le crepe che lo rendevano inutilizzabile sono adesso il suo segno distintivo.

Allo stesso modo, il terapeuta affianca la persona nel compiere un percorso durante il quale ciascun vissuto doloroso viene ricollocato al proprio posto con uno sguardo differente e reso coerente alla propria esperienza di vita, arricchita così di nuove consapevolezze.

Responsabilità Emotiva

Ciascuno è padrone delle proprie emozioni

Nella vita ci sono cose che dipendono da noi, di cui possiamo ritenerci responsabili, e cose che non dipendono da noi, di cui non abbiamo responsabilità.

Sembra un distinguo semplice, ma talvolta non è così immediato da fare, soprattutto se ci si sposta sul piano emotivo…

Vi è mai capitato di dare la responsabilità delle vostre emozioni agli altri? Per esempio, di sentirvi arrabbiati e di incolpare qualcuno della vostra rabbia o di sentirvi felici e di darne il merito a chi vi stava vicino? Oppure di farvi carico di uno stato di malessere altrui? Probabilmente è capitato un po’ a tutti, almeno una volta nella vita.

Vedere le cose in questo modo porta a smarrire il senso di ciò che dipende o meno da se stessi, col rischio di perdere la possibilità di un cambiamento sul versante del proprio benessere personale.

Cosa vuol dire ciò concretamente?

Tutte le emozioni provate sono sotto la propria responsabilità e nessuno ha il potere di far sentire gli altri in un determinato modo.

Assumersi una responsabilità può essere considerato un peso, anche se si tratta di emozioni. Tuttavia, ciò permette di riappropriarsi della possibilità di gestirle, di conoscersi meglio e perciò di una crescita personale.

Al contrario, fintanto che ci si arrabbia “per colpa di” o si sta bene “grazie a”, si continuerà in un modo o nell’altro a dipendere dagli altri o da ciò che accade, conferendo un grosso potere a ciò che sta fuori da sé e perdendo la possibilità di intervenire in prima persona.

Entrare nell’ottica di assunzione di responsabilità in questo caso significa poter dire, ad esempio, “mi sento arrabbiato di fronte a questo” invece di “questo mi fa arrabbiare”. La differenza non è soltanto formale, ma consiste più profondamente nel fatto che l’accento è spostato a favore della consapevolezza di essere padroni di ciò che si prova e questo permette di imparare a gestire le proprie emozioni, soprattutto quando sono vissute come disturbanti.

Allo stesso modo ci sono cose che non dipendono da una propria responsabilità personale, in questo caso specifico, le emozioni altrui.

Quando risulta chiaro ciò che dipende da se stessi e cosa no, si può provare a cambiare ciò che dipende da sé e si può decidere di accettare quello che è sotto la responsabilità altrui, così com’è.

Le emozioni provate nella relazione con gli altri e di fronte ad eventi della vita quotidiana sono un potente mezzo per conoscere se stessi, talvolta con l’aiuto di qualcuno che, facendo “da specchio”, possa favorire una migliore comprensione del proprio mondo interno fatto di pensieri e riflessioni associati ad esse e che spesso emergono in determinati comportamenti.

Tollerare le frustrazioni

Come imparare a gestire la bassa tolleranza alla frustrazione

La frustrazione è quello stato emotivo che può essere conseguente al mancato soddisfacimento di un bisogno o di un desiderio. È un sentimento con il quale capita di confrontarsi sia nella vita professionale che privata, che talvolta non si esaurisce sul momento ma che può essere seguito da emozioni di rabbia, delusione, tristezza, ansia. Per questo, è molto utile comprendere cosa c’è alla base di alcune emozioni disturbanti.

È importante fare un distinguo tra la frustrazione in quanto tale e la capacità di tollerare la frustrazione stessa, infatti quest’ultima cambia da un individuo all’altro e anche a seconda del momento di vita. La tolleranza alla frustrazione si apprende nel tempo, a partire dall’infanzia, e favorisce una riduzione dello stress emotivo in quanto permette di dare il giusto peso a ciò che accade facendo leva sul senso di realtà.

Il bambino impara a tollerare la frustrazione quando i genitori sono capaci a loro volta di gestire la propria e di insegnargli che un bisogno o un desiderio possono essere soddisfatti anche in un secondo momento e non solo con un carattere di urgenza. In questo modo il bambino apprende che non succede nulla di negativo se il soddisfacimento di un bisogno viene rimandato oltre il “tutto e subito”, apprende il valore dell’attesa, impara a non pretendere dagli altri e a rispettarli. Al contrario, più viene concesso, più vengono anticipati i bisogni, più vengono evitati i “no” e maggiore sarà la difficoltà di gestire la frustrazione in futuro e in ambienti che a differenza della famiglia espongono a tale rischio.

Da dove deriva quindi la bassa tolleranza alla frustrazione?

Ci sono un insieme di caratteristiche personali e modi di affrontare gli eventi appresi nel tempo, che possono esporre al rischio di tollerare poco le frustrazioni. Per esempio:

  • avere aspettative eccessive su di sé, sugli altri, nel raggiungimento di un obiettivo
  • tendenza a vedere solo gli aspetti negativi delle situazioni
  • tendenza a voler avere il controllo della realtà circostante
  • essere perfezionisti
  • incapacità di tollerare il malessere derivante dalla gestione di situazioni difficili
  • voler ottenere nell’immediato il soddisfacimento di un bisogno o desiderio, cosa che denota un certo grado di immaturità
  • credere che tutto sia dovuto o che tutto debba andare in un determinato modo
  • avere un modo di pensare rigido
  • avere un senso di onnipotenza nelle situazioni
  • aver vissuto con figure di riferimento iperprotettive che, tra le altre cose, hanno limitato l’apprendimento della possibilità di dilazionare nel tempo il soddisfacimento dei bisogni
  • tendenza a passare da un’attività all’altra senza fermarsi ed evitare attività che richiedono impegno.

Più in generale, alla radice della bassa tolleranza alla frustrazione vi è l’idea di base della gratificazione dei desideri e degli interessi personali a tutti i costi da parte degli altri. Tanto più è rigido e radicato tale pensiero, tanto più sarà elevato il rischio di tollerare a fatica le frustrazioni quotidiane.

Imparare a tollerare la frustrazione molto spesso è la chiave che permette di lavorare anche su altri tipi di disagio emotivo ad essa conseguente, per esempio, all’evitamento di situazioni di fronte alle quali si provano emozioni disturbanti. Quante volte può capitare di arrendersi di fronte alle difficoltà, di rimandare compiti difficili o poco piacevoli? Tutto questo ha delle conseguenze sul piano emotivo e quando si vivono esperienze simili per un tempo prolungato, è possibile provare emozioni che rischiano di diventare invalidanti nel quotidiano, tanto da richiedere l’aiuto di un professionista.

Per favorire un’adeguata tolleranza alla frustrazione e quindi ridurre lo stress emotivo è importante lavorare sul senso di realtà, che talvolta può essere inficiato da aspettative irrealistiche rispetto a sé, agli altri e al mondo circostante. Altri aspetti su cui è bene concentrarsi sono:

  • accettare i propri e gli altrui limiti e limitare le aspettative facendo leva sulle possibilità del momento
  • acquisire la capacità di scorgere il lato positivo nelle situazioni difficili o sfavorevoli
  • comprendere che non è possibile avere il controllo su tutto
  • rinunciare al perfezionismo e crearsi obiettivi raggiungibili
  • imparare a dilazionare nel tempo il soddisfacimento di un bisogno o di un desiderio e quindi allenarsi all’attesa
  • accettare l’idea che per ottenere le cose bisogna faticare
  • acquisire capacità di problem solving
  • iniziare a lavorare sui pensieri che ostacolano la possibilità di essere flessibili e di adattarsi alle situazioni.

Queste sono indicazioni di massima e spunti di riflessione. Ciascuno di questi punti meriterebbe un approfondimento specifico e certamente di essere calati nella realtà personale all’interno di un percorso terapeutico.

S.O.S. insonnia

Alcuni consigli per migliorare la qualità del sonno

Il sonno è molto importante per la salute, infatti garantisce il riposo della mente e del corpo. È caratterizzato da un periodo in cui, seppure il cervello resta attivo, lo stato di coscienza è sospeso.

Il sonno è regolato dai ritmi circadiani, che scandiscono gli intervalli di riposo e di veglia, fortemente influenzati dalle ore di luce e dalla necessità di dormire, che è conseguente al tempo trascorso da svegli, svolgendo delle attività.

Il bisogno di ore di sonno è molto soggettivo e si modifica nell’arco del ciclo di vita della persona: man mano che l’età aumenta, la quantità di ore di sonno diminuisce.

Quando il normale ritmo sonno-veglia è alterato, possiamo trovarci di fronte a disturbi del sonno. Tali disturbi sono caratterizzati dalla difficoltà di addormentarsi, da un sonno scarsamente riposante, da continui risvegli notturni, da risvegli precoci, oppure da un aumentato bisogno di ore di sonno.

Il più comune dei disturbi del sonno è l’insonnia, che è caratterizzata da una diminuzione delle ore di riposo notturno e da una bassa qualità di tale riposo, nonostante il corpo senta il normale bisogno fisiologico di dormire. Le conseguenze dell’insonnia possono essere irritabilità, difficoltà di concentrazione, sonnolenza, stanchezza, umore tendenzialmente depresso durante il giorno.

Possiamo distinguere l’insonnia in primaria o secondaria. L’insonnia primaria può essere conseguente a jet lag, stress, turni di lavoro sulle 24 ore. L’insonnia secondaria è definita così perché sintomo di un’altra condizione medica, come ad esempio ansia e/o depressione, dolori fisici, particolari situazioni organiche, oppure di una condizione fisiologica, come la menopausa o la gravidanza. Inoltre, può essere secondaria all’assunzione di farmaci o sostanze, oppure alla scarsa qualità dell’ambiente in cui si riposa.

Quando l’insonnia è persistente nel tempo, per evitare che diventi cronica e invalidante è importante rivolgersi al medico per individuare o escludere eventuali cause organiche mediante esami ematici e/o strumentali. In ogni caso, il medico potrà valutare la prescrizione di rimedi naturali o farmaci per favorire il sonno da utilizzare al bisogno e per breve tempo, onde evitare effetti collaterali.

Nella cura del sonno è molto importante considerare la possibilità di affiancare al rimedio naturale o farmaco la terapia cognitivo comportamentale. Tale associazione favorisce risultati positivi a lungo termine e la riduzione degli eventuali effetti collaterali dovuti ad un uso prolungato del farmaco. Infatti, alcuni farmaci utilizzati per il trattamento dell’insonnia possono causare dipendenza.

La terapia cognitivo comportamentale aiuta ad individuare pensieri disturbanti che tengono svegli e a favorirne il cambiamento attraverso un lavoro su di essi. Ciò garantisce la riduzione dello stress e l’interruzione di circoli viziosi di ansia e depressione, inoltre aiuta a modificare alcuni comportamenti che possono essere nocivi per la qualità del sonno. Altro rimedio molto utile per favorire il sonno è l’apprendimento di tecniche di rilassamento. La terapia cognitivo comportamentale è utile sia in casi di insonnia primaria che di insonnia secondaria.

Elenchiamo ora alcuni consigli pratici per migliorare la qualità del sonno:
  • utilizzare il letto solo per dormire e non per studiare, leggere, guardare la tv
  • dormire in un ambiente con aria pulita, buio, silenzioso, con una temperatura né troppo calda e né troppo fredda, privo di polvere, di muffe e di eccessiva umidità
  • utilizzare un letto e un cuscino comodi
  • evitare di assumere bevande eccitanti o a base di caffeina dal tardo pomeriggio
  • evitare di fumare prima di andare a dormire, in quanto la nicotina è un eccitante
  • evitare di svolgere attività fisica prima di andare a dormire
  • mantenere il più possibile gli stessi orari di addormentamento e sveglia
  • evitare riposi nella seconda parte del pomeriggio
  • mangiare cibi leggeri e facilmente digeribili per cena almeno qualche ora prima di andare a dormire
  • interrompere l’uso di tv, computer, cellulari molto prima di andare a dormire per diminuire le attività cerebrali che disturbano l’addormentamento
  • iniziare a rilassarsi prima di andare a letto ascoltando musica, leggendo un libro, facendo un bagno caldo o una doccia calda, bevendo una tisana
  • evitare di guardare di continuo l’orologio e di rigirarsi nel letto per un tempo prolungato quando non si riesce a dormire, in questo caso è meglio alzarsi e svolgere un’attività rilassante per poi tornare a letto.

Questi sono consigli per migliorare la qualità del sonno, tuttavia a volte non sono sufficienti ed è consigliabile rivolgersi al medico, che valuterà la prescrizione di una eventuale terapia. L’associazione dell’intervento del medico con la psicoterapia cognitivo comportamentale garantisce una migliore gestione e risoluzione del problema.

Posto dunque sono

Quando la realtà virtuale vissuta agli eccessi diventa linfa vitale

“I tre mali dell’uomo attuale sono la non comunicazione,la rivoluzione tecnologica e la sua vita incentrata sul trionfo personale”    [J. Saramago]               

Molti di noi si saranno chiesti come mai alcune persone “vivono” sui social, mostrando ogni istante della propria vita, comprese sfumature intime che forse agli altri non interessano minimamente. Per comprendere questo fenomeno, partiamo dalla premessa che, nel tempo, lo sviluppo sociale ha portato con sé degli importanti cambiamenti qualitativi all’interno del panorama relazionale. All’interno di questo sviluppo un fattore di fondamentale importanza è il progresso tecnologico, che ha apportato modifiche sostanziali nella vita pubblica e privata delle persone, nel modo di relazionarsi, di conoscere gli altri e se stessi, di presentarsi, di cercare lavoro, di acquistare beni, ecc.

Nella relazione con gli altri emergono degli aspetti di sé che altrimenti resterebbero latenti. La persona si manifesta più pienamente all’interno delle relazioni e, oltre a conoscere l’altro, impara a conoscere meglio se stesso. Se possiamo fare tali considerazioni per la vita “reale”, come si declina tutto ciò nella vita “virtuale”?

Nella vita “virtuale” probabilmente sarà più facile notare aspetti della persona che emergono in maniera più evidente attraverso il modo di stare sui social, sia da un punto di vista quantitativo che qualitativo. Dunque, che caratteristiche hanno le persone che tendono a mostrare tutto di sé su tali piattaforme e come mai lo fanno?

Proviamo a fare qualche riflessione rispetto a quelli che potremmo definire come eccessi nella realtà virtuale.

Un fenomeno che possiamo riscontrare sui social è il mettersi in mostra, talvolta eccessivamente ed in maniera egocentrica. Ma cos’è l’egocentrismo? Si tratta di una fase dello sviluppo sano del bambino che inizia verso i 2-3 anni e subisce dei cambiamenti con la crescita. Man mano che emerge il pensiero intuitivo e più avanti si fa strada la capacità di pensiero induttivo, la fase del pensiero egocentrico viene superata.

È un modo di pensare e comportarsi, un vero e proprio atteggiamento caratterizzato da una carente teoria della mente, ovvero una carente capacità di attribuire pensieri, stati mentali, emozioni a se stessi e agli altri e quindi di comprendere che dietro un comportamento altrui possono esserci delle intenzioni anche totalmente differenti dalle proprie.

Egocentrismo rimanda dunque a caratteristiche infantili, a bisogno di attirare attenzione su di sé senza far caso agli altri, a mettere i propri bisogni e problemi davanti a quelli altrui. Questo avviene per un preciso motivo, ovvero per ricercare conferme della propria identità. Il bambino per attirare l’attenzione e per ottenere ciò che vuole, in accordo con il suo egocentrismo, urla, scalcia, insulta, fa i capricci, tutte cose che in forma differente possiamo vedere ogni giorno sui social, ma la sostanza in definitiva non cambia.

Ma se l’egocentrismo è una fase dello sviluppo del bambino, come mai vediamo persone adulte che presentano caratteristiche tipiche dell’età infantile?

Alcuni adulti utilizzano modalità egocentriche tipiche dell’infanzia per rapportarsi agli altri, il pensiero egocentrico diventa così il modo di leggere la realtà interpersonale. L’adulto egocentrico non contempla affatto che gli altri possano pensarla in maniera differente da sé e questo sui social lo vediamo palesato, per esempio, negli insulti agli altri che hanno una visione differente dalla propria, oppure nel porre il proprio modo di leggere la realtà come la verità assoluta. Tale atteggiamento di fatto porta a una profonda solitudine legata a mancanza di reciprocità relazionale. Questi, all’estremo, sono atteggiamenti patologici che sottendono un forte senso di inferiorità e sono una forma di compensazione ed esso. Dietro l’immagine grandiosa di sé che appare agli altri, può esserci una persona che si auto-svaluta costantemente e che per non soccombere ha bisogno di mostrarsi agli altri diversamente da come crede di essere. Gli insulti a chi ha una visione differente dalla propria, l’arroganza, il disprezzo verso gli altri, il bisogno di stare al centro dell’attenzione visibili in alcuni post sui social, possono essere attribuiti alla credenza di dover ottenere trattamenti particolari e di non essere contraddetti. Quando ciò non avviene emerge una forte rabbia legata alla sensazione che questo sé grandioso possa essere danneggiato. Sé grandioso che compensa un forte senso di inferiorità e che, per restare in piedi, ha bisogno di continue conferme esterne.

Altra caratteristica tipica di chi cerca approvazione in maniera spasmodica mediante i social è una personalità con tratti narcisistici. Il narcisista, infatti, si nutre dell’approvazione altrui per confermare il proprio senso di grandiosità e di superiorità sugli altri.

Nella continua e strenua ricerca di conferme dall’esterno del proprio valore personale sui social, è forte il rischio di confondere o sovrapporre la realtà virtuale alla realtà vissuta, oltre al rischio di attribuire un valore totalizzante per la persona ad ogni apprezzamento o commento. Di qui una sorta di spersonalizzazione legata ad una mancanza di confini tra privato e pubblico, tra reale e virtuale, tra realtà vissuta e realtà postata, tra sé e gli altri. La difficoltà di mostrarsi autentici nella realtà trova un riscontro nella possibilità di mascherarsi dietro uno schermo e collude con la finzione del virtuale. Ciò che appare è perfetto, come l’immagine magnifica di sé.

Ma quale sarà l’esito del confronto tra virtuale e reale?

La difficoltà di comunicare in maniera autentica e assertiva con gli altri, la mancanza di una conoscenza autentica di sé e degli altri, un isolamento sociale che diventa direttamente proporzionale alla presenza sui social.

Attualmente si parla sempre più di social media addiction, una vera e propria dipendenza con le medesime caratteristiche delle altre dipendenze: tolleranza e assuefazione (adattamento e bisogno sempre maggiore di stare connessi), astinenza (senso di malessere quando per esempio non è possibile essere connessi) e craving (desiderio irrefrenabile, pensiero fisso e impulso a connettersi).

Parafrasando la locuzione cartesiana “cogito ergo sum” (penso dunque sono), con la quale il filosofo giustificava la certezza che l’uomo è un essere pensante e in quanto tale esiste, potremmo dire che attualmente, purtroppo, l’esistenza è sempre più legata all’apparenza, all’approvazione altrui e alla presenza nella realtà virtuale, per cui potremmo dire “posto dunque sono”.

Gli eccessi trattati sopra, in quanto tali, rimandano a condizioni estreme, utili tuttavia per capire alcune sfaccettature del fenomeno sempre più dilagante dell’eccessiva esposizione sui social. Prendendo spunto da queste riflessioni, possiamo soffermarci a pensare alla bellezza che si contempla nella vita reale, senza la necessità del filtro di una fotocamera e senza farsi condizionare dal bisogno di approvazione di ciò che si fa tramite le continua condivisione su internet. Partendo dalla consapevolezza che certi comportamenti eccessivi hanno delle motivazioni profonde per la persona, è possibile favorire il superamento di tale condizione di disagio favorendo la conoscenza di sé, la creazione di relazioni reali e sane, nonché una vera e propria educazione all’empatia.

Una voce fuori dal coro

COME SI CADE NEL CONFORMISMO E NELLA MANIPOLAZIONE

Conformismo e manipolazione sono due termini molto usati e conosciuti, tuttavia ciò non basta per difendersi da tali fenomeni.

Nella favola di Hans Christian Andersen intitolata “I vestiti nuovi dell’Imperatore” possiamo scorgere ed evidenziare alcune dinamiche manipolative che fanno leva su aspetti profondi e centrali per la persona.

La favola racconta di un imperatore molto vanitoso, il quale trascorreva gran parte della giornata dedicandosi alla cura di sé. Un giorno in città arrivarono due tessitori imbroglioni, i quali sapendo della vanità dell’imperatore, proposero di tessere dei vestiti nuovi con una tela molto bella e con la peculiarità di diventare invisibile agli occhi delle persone poco intelligenti oppure non all’altezza della carica ricoperta. L’imperatore, incuriosito da tale strano potere, decise di pagare profumatamente i due impostori pensando che sarebbe stato interessante riconoscere le persone inadatte a ricoprire il proprio ruolo all’interno del regno, oltre che a conoscerne il loro grado di intelligenza.

Come in questa favola, nella vita quotidiana capita di dare credito a persone a cui si attribuisce una certa importanza per meriti più o meno accertati di persona e/o reali. Insomma, si crea una sorta di principio di autorità per cui l’autorità stessa non viene contraddetta per il solo fatto di esser considerata tale.

I tessitori della storia, una volta agganciato l’imperatore facendo leva sulla sua vanità, hanno messo in atto una vera e propria manipolazione, basandosi su una tematica che per molte persone è considerata importante anche in termini di autostima, ovvero sul sapere o ritenere di essere intelligenti. Possiamo immaginare come nella vita di tutti i giorni un simile meccanismo possa essere declinato nelle più disparate situazioni.

La storia prosegue con i tessitori che montano due telai e fanno finta di tessere una tela che di fatto non esiste. L’imperatore, impaziente di conoscerne il risultato, ma nello stesso tempo preoccupato per gli esiti che avrebbe comportato la sua visione, inviò uno alla volta i suoi fidati collaboratori i quali finsero di vedere la tela per non risultare indegni dell’incarico e poco intelligenti agli occhi dell’imperatore e anche di fronte a se stessi. L’imperatore, avendo avuto risposte positive dai suoi collaboratori, decise di andare a vedere il lavoro di persona. I due impostori finsero di tessere anche davanti a lui ed egli, per non rispondere di non aver visto nulla di fronte ai suoi collaboratori, fece i complimenti ai due. Nello stesso tempo…

Come sarebbe! pensò l’imperatore. “Io non vedo nulla! È terribile! Sono forse stupido? O non sono degno di essere imperatore? È la cosa più terribile che mi possa capitare!“.

In questo passaggio si evidenzia che spesso le persone, nel formulare un giudizio della realtà, oltre che a preoccuparsi che il giudizio stesso sia corretto, si preoccupano anche di dare una buona impressione agli altri. Nel compiere tale valutazione, si attinge a due tipi di informazioni: la realtà palese, conosciuta dai propri sensi, e ciò che dicono gli altri. Una situazione di conformismo, sebbene all’apparenza risulti tale, può sottendere un conflitto o un’opposizione tra questi due tipi di fonti di informazione. Quando la persona si adegua alle informazioni fornite dagli altri, sebbene si renda conto che sono in antitesi o differenti dalla propria esperienza di quella determinata realtà, si conforma perché pensa che i giudizi degli altri siano più attendibili dei propri, mettendo completamente da parte il dato di realtà esperito in prima persona.

Nel caso specifico dell’imperatore, oltre al voler apparire intelligente e degno agli occhi degli altri, nelle domande a se stesso “sono forse stupido? O non sono degno di essere imperatore?” è presente un interrogativo rivolto non solo a delle caratteristiche personali, ma anche alla propria capacità di giudizio su di esse, cosa che potrebbe mettere in discussione l’autostima. Dunque, pur di evitare la messa in discussione su tali aspetti molto personali, l’imperatore continua a rimanere nella manipolazione. Non a caso, un messaggio manipolativo fa leva sull’emotività della persona, la quale finisce per convincersi di contenuti che vengono inculcati da altri, nonostante siano poco aderenti alla realtà. Su questi contenuti la persona manipolata modula anche il proprio comportamento, che pertanto risulterà sconnesso con un senso di realtà e coerente solo col messaggio manipolativo.

In un senso più ampio e generale possiamo fare un’altra considerazione. Quando viene riportato un fatto che non tocca gli interessi di una persona, probabilmente questa non ci crederà dopo averlo analizzato. D’altra parte se viene riportato un fatto in accordo con i suoi interessi, anche se poco credibile, sarà molto probabile che venga considerato plausibile.

Un altro aspetto attinente al conformismo e alla manipolazione è la ridondanza con cui viene veicolato il messaggio distorto anche da più fonti col fine di renderlo interiorizzato dalle persone. In questa storia, infatti, sono stati raggiunti tutti dal messaggio dei truffatori e l’aspetto di ridondanza lo notiamo nella continua “processione” di gente che va a curiosare dai tessitori e che pur di non apparire stupida ai propri e agli altrui occhi, ripete che la tela è magnifica.

Ma chi è il manipolatore?

Generalmente le persone che mettono in atto un tipo di comunicazione manipolativa tendono a presentare tratti di personalità narcisistici, apparendo agli altri come dominanti, influenti, ambiziosi, superiori, sono inoltre scarsamente empatici, cinici e incuranti dell’etica e della morale pur di ottenere un proprio vantaggio dalle situazioni.

Il manipolatore per ottenere consensi o altri tipi di vantaggio dagli altri, partendo dalla conoscenza dei loro bisogni talvolta lascia che le persone continuino a credere a ciò che vogliono credere pur di soddisfare quei bisogni stessi, oppure laddove le persone siano particolarmente influenzabili, creano loro un bisogno ad hoc perché possa innescarsi il meccanismo di cui sopra.

Come capire che una persona ci sta manipolando?

Partendo dal presupposto che ci sono comunicazioni manipolative più o meno grossolane, è importante porre attenzione a come ci sentiamo di fronte alle parole del nostro interlocutore. È importante notare, per esempio, se sentiamo un senso di insicurezza e di incertezza che ci porta a dubitare delle nostre capacità di giudizio, oppure se percepiamo l’altro come seduttivo nei nostri confronti con eccessivi o continui complimenti. In genere, a seguito di lusinghe seguono richieste dalle quali risulterà difficile sottrarsi.

Inoltre, è fondamentale effettuare un continuo confronto tra quanto ci viene detto e la realtà dei fatti per non perdere di vista le proprie capacità di giudizio.

Quando i tessitori stabilirono che i vestiti nuovi erano pronti, fecero spogliare l’imperatore e finsero di rivestirlo. Così l’imperatore sfilò nudo tra la folla e circondato dai suoi fidati collaboratori. Tutti lo applaudivano, facendo i complimento per i magnifici vestiti nuovi.

“Ma non ha niente addosso!” disse un bambino. “Signori, sentite la voce dell’innocenza!” replicò il padre, e ognuno sussurrava all’altro quel che il bambino aveva detto.

La voce del bambino è quella che esce dal coro ed è quella di chi non ha subito alcuna influenza esterna nella percezione della realtà. I bambini non hanno le sovrastrutture di pensiero degli adulti e sono liberi dal punto di vista emotivo di mostrarsi per quel che sono. È la voce della verità proveniente da una minoranza ed è anche la dimostrazione che talvolta la verità può essere scomoda o fare male. Di fronte alla verità tutti gli uomini che avevano ceduto alla manipolazione si saranno sentiti liberi dal peso di sentirsi poco intelligenti e indegni, ma dall’altro lato hanno dovuto ammettere di essere stati raggirati. La storia finisce con l’imperatore che, pur rendendosi conto della verità, per non mostrare incoerenza con se stesso, continuò a sfilare mostrandosi ancora più impettito.

Christmas Blues

L’ALTRA FACCIA DEL NATALE

Festività non sempre è sinonimo di festa. Il significato di festa può essere molto soggettivo e personale, mentre quello di festività ha un carattere prevalentemente oggettivo e sociale.

Ci avviciniamo al Natale e non a caso, indipendentemente dall’aspetto religioso, alcune persone vivono tale periodo in maniera non del tutto gioiosa.
Queste festività possono essere vissute con tristezza da chi ha subito da poco un lutto, perché in un momento in cui la famiglia si riunisce si sente maggiormente la mancanza della persona scomparsa. Possono essere tutt’altro che una festa per chi soffre di patologie come la depressione, per la fatica a provare piacere anche per le cose per cui la maggior parte delle persone prova piacere, come ad esempio stare insieme agli altri, fare delle gite fuori porta, ricevere e fare regali. Oltre a tali problemi, non dimentichiamo le difficoltà vissute da chi soffre di dipendenza da alcol o di disturbi dell’alimentazione, visto che in prossimità del Natale aumentano i momenti conviviali.
Le festività generalmente sono un momento in cui il nucleo familiare trascorre maggior tempo insieme durante la giornata e possono essere una sorta di test per la qualità del rapporto di coppia in sé e rispetto ai ruoli genitoriali. Per esempio, se nella coppia sono presenti dei problemi, trascorrere più tempo insieme può essere utile per fermarsi a riflettere e per rafforzare il rapporto, ma allo stesso modo può incrementare i malumori nella misura in cui venga a mancare una messa in discussione di ciò che non va.

Poi esistono una serie di pensieri che fanno parte dell’immaginario collettivo, che in alcune situazioni possono essere poco funzionali. Ad esempio, l’idea che “a Natale siamo tutti più buoni”, come se certi modi di fare e di relazionarsi debbano essere condizionati da qualcosa di esterno e convenzionale a cui doversi adeguare, può essere una forzatura per chi ha difficoltà a gestire la rabbia. Un’altra idea è che “Natale con i tuoi e Pasqua con chi vuoi”, quando magari durante tutto l’anno i rapporti familiari sono stati tutto fuorché idilliaci, per cui le riunioni familiari diventano una forzatura formale pur di non venir meno al “si usa fare così”. Vi è poi il regalo sotto l’albero, che diventa oggetto dell’ansia per chi ha poco tempo di occuparsene o per chi non può permetterselo, senza badare al fatto che si tratta anche qui di una convenzione. E ogni fine anno, facendo qualche bilancio, si ripresentano le solite speranze e aspettative che l’anno nuovo sia migliore di quello appena trascorso, pensando a tutto ciò che sarebbe potuto andare meglio e invece è andato in maniera diversa.
Dunque, sulla base di una serie di idee tradizionali, convenzioni e di aspettative personali si rischia di vivere male un periodo dell’anno che invece potrebbe essere di riposo. In tutto ciò conta molto il modo di pensare alle festività ed il vissuto personale in concomitanza ad esse.

La pubblicità e il consumismo, d’altra parte, assumono un ruolo centrale nel creare un’immagine allettante e ideale delle festività natalizie. Così si finisce per dare molta importanza a “come deve essere” il Natale e meno a “come è quest’anno” sia sul piano personale che relazionale, senza tener conto che nel trascorrere del tempo cambiano molte cose e che soddisfare le aspettative altrui e le convenzioni è come mettersi tra parentesi. La famiglia durante l’anno appena trascorso può aver subìto delle modifiche al suo interno, rispetto al Natale precedente sono state vissute nuove esperienze, possono esser cambiati il lavoro, la città e le amicizie, gli interessi personali. Facendo riferimento al pensiero di Eraclito – tutto scorre – per cui ciò che è passato non può essere vissuto allo stesso modo.

Come si può gestire un tale stato di malessere?

Imparare a riconoscere i propri stati d’animo e comunicarli a chi è vicino può essere senz’altro utile, ancor di più rispettare il proprio vissuto evitando di mostrare agli altri emozioni che di fatto non si provano, indossando quindi una maschera.

Se le emozioni legate alle festività diventano difficili da gestire a tal punto da compromettere la qualità della vita e la propria salute, è il caso di far riferimento ad un professionista.