Responsabilità Emotiva

Ciascuno è padrone delle proprie emozioni

Nella vita ci sono cose che dipendono da noi, di cui possiamo ritenerci responsabili, e cose che non dipendono da noi, di cui non abbiamo responsabilità.

Sembra un distinguo semplice, ma talvolta non è così immediato da fare, soprattutto se ci si sposta sul piano emotivo…

Vi è mai capitato di dare la responsabilità delle vostre emozioni agli altri? Per esempio, di sentirvi arrabbiati e di incolpare qualcuno della vostra rabbia o di sentirvi felici e di darne il merito a chi vi stava vicino? Oppure di farvi carico di uno stato di malessere altrui? Probabilmente è capitato un po’ a tutti, almeno una volta nella vita.

Vedere le cose in questo modo porta a smarrire il senso di ciò che dipende o meno da se stessi, col rischio di perdere la possibilità di un cambiamento sul versante del proprio benessere personale.

Cosa vuol dire ciò concretamente?

Tutte le emozioni provate sono sotto la propria responsabilità e nessuno ha il potere di far sentire gli altri in un determinato modo.

Assumersi una responsabilità può essere considerato un peso, anche se si tratta di emozioni. Tuttavia, ciò permette di riappropriarsi della possibilità di gestirle, di conoscersi meglio e perciò di una crescita personale.

Al contrario, fintanto che ci si arrabbia “per colpa di” o si sta bene “grazie a”, si continuerà in un modo o nell’altro a dipendere dagli altri o da ciò che accade, conferendo un grosso potere a ciò che sta fuori da sé e perdendo la possibilità di intervenire in prima persona.

Entrare nell’ottica di assunzione di responsabilità in questo caso significa poter dire, ad esempio, “mi sento arrabbiato di fronte a questo” invece di “questo mi fa arrabbiare”. La differenza non è soltanto formale, ma consiste più profondamente nel fatto che l’accento è spostato a favore della consapevolezza di essere padroni di ciò che si prova e questo permette di imparare a gestire le proprie emozioni, soprattutto quando sono vissute come disturbanti.

Allo stesso modo ci sono cose che non dipendono da una propria responsabilità personale, in questo caso specifico, le emozioni altrui.

Quando risulta chiaro ciò che dipende da se stessi e cosa no, si può provare a cambiare ciò che dipende da sé e si può decidere di accettare quello che è sotto la responsabilità altrui, così com’è.

Le emozioni provate nella relazione con gli altri e di fronte ad eventi della vita quotidiana sono un potente mezzo per conoscere se stessi, talvolta con l’aiuto di qualcuno che, facendo “da specchio”, possa favorire una migliore comprensione del proprio mondo interno fatto di pensieri e riflessioni associati ad esse e che spesso emergono in determinati comportamenti.

Tollerare le frustrazioni

Come imparare a gestire la bassa tolleranza alla frustrazione

La frustrazione è quello stato emotivo che può essere conseguente al mancato soddisfacimento di un bisogno o di un desiderio. È un sentimento con il quale capita di confrontarsi sia nella vita professionale che privata, che talvolta non si esaurisce sul momento ma che può essere seguito da emozioni di rabbia, delusione, tristezza, ansia. Per questo, è molto utile comprendere cosa c’è alla base di alcune emozioni disturbanti.

È importante fare un distinguo tra la frustrazione in quanto tale e la capacità di tollerare la frustrazione stessa, infatti quest’ultima cambia da un individuo all’altro e anche a seconda del momento di vita. La tolleranza alla frustrazione si apprende nel tempo, a partire dall’infanzia, e favorisce una riduzione dello stress emotivo in quanto permette di dare il giusto peso a ciò che accade facendo leva sul senso di realtà.

Il bambino impara a tollerare la frustrazione quando i genitori sono capaci a loro volta di gestire la propria e di insegnargli che un bisogno o un desiderio possono essere soddisfatti anche in un secondo momento e non solo con un carattere di urgenza. In questo modo il bambino apprende che non succede nulla di negativo se il soddisfacimento di un bisogno viene rimandato oltre il “tutto e subito”, apprende il valore dell’attesa, impara a non pretendere dagli altri e a rispettarli. Al contrario, più viene concesso, più vengono anticipati i bisogni, più vengono evitati i “no” e maggiore sarà la difficoltà di gestire la frustrazione in futuro e in ambienti che a differenza della famiglia espongono a tale rischio.

Da dove deriva quindi la bassa tolleranza alla frustrazione?

Ci sono un insieme di caratteristiche personali e modi di affrontare gli eventi appresi nel tempo, che possono esporre al rischio di tollerare poco le frustrazioni. Per esempio:

  • avere aspettative eccessive su di sé, sugli altri, nel raggiungimento di un obiettivo
  • tendenza a vedere solo gli aspetti negativi delle situazioni
  • tendenza a voler avere il controllo della realtà circostante
  • essere perfezionisti
  • incapacità di tollerare il malessere derivante dalla gestione di situazioni difficili
  • voler ottenere nell’immediato il soddisfacimento di un bisogno o desiderio, cosa che denota un certo grado di immaturità
  • credere che tutto sia dovuto o che tutto debba andare in un determinato modo
  • avere un modo di pensare rigido
  • avere un senso di onnipotenza nelle situazioni
  • aver vissuto con figure di riferimento iperprotettive che, tra le altre cose, hanno limitato l’apprendimento della possibilità di dilazionare nel tempo il soddisfacimento dei bisogni
  • tendenza a passare da un’attività all’altra senza fermarsi ed evitare attività che richiedono impegno.

Più in generale, alla radice della bassa tolleranza alla frustrazione vi è l’idea di base della gratificazione dei desideri e degli interessi personali a tutti i costi da parte degli altri. Tanto più è rigido e radicato tale pensiero, tanto più sarà elevato il rischio di tollerare a fatica le frustrazioni quotidiane.

Imparare a tollerare la frustrazione molto spesso è la chiave che permette di lavorare anche su altri tipi di disagio emotivo ad essa conseguente, per esempio, all’evitamento di situazioni di fronte alle quali si provano emozioni disturbanti. Quante volte può capitare di arrendersi di fronte alle difficoltà, di rimandare compiti difficili o poco piacevoli? Tutto questo ha delle conseguenze sul piano emotivo e quando si vivono esperienze simili per un tempo prolungato, è possibile provare emozioni che rischiano di diventare invalidanti nel quotidiano, tanto da richiedere l’aiuto di un professionista.

Per favorire un’adeguata tolleranza alla frustrazione e quindi ridurre lo stress emotivo è importante lavorare sul senso di realtà, che talvolta può essere inficiato da aspettative irrealistiche rispetto a sé, agli altri e al mondo circostante. Altri aspetti su cui è bene concentrarsi sono:

  • accettare i propri e gli altrui limiti e limitare le aspettative facendo leva sulle possibilità del momento
  • acquisire la capacità di scorgere il lato positivo nelle situazioni difficili o sfavorevoli
  • comprendere che non è possibile avere il controllo su tutto
  • rinunciare al perfezionismo e crearsi obiettivi raggiungibili
  • imparare a dilazionare nel tempo il soddisfacimento di un bisogno o di un desiderio e quindi allenarsi all’attesa
  • accettare l’idea che per ottenere le cose bisogna faticare
  • acquisire capacità di problem solving
  • iniziare a lavorare sui pensieri che ostacolano la possibilità di essere flessibili e di adattarsi alle situazioni.

Queste sono indicazioni di massima e spunti di riflessione. Ciascuno di questi punti meriterebbe un approfondimento specifico e certamente di essere calati nella realtà personale all’interno di un percorso terapeutico.